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Charleston Mixer è una danza che ogni ballerino di swing ha incontrato almeno una volta, spesso come primo ballo della serata. Il nome dice tutto e niente: c’è il Charleston - la danza afroamericana esplosa a Broadway nel 1923 con il brano di James P. Johnson - e c’è il mixer, la struttura sociale delle feste angloamericane in cui il partner si cambia a ogni frase musicale.
Nessuna coppia si chiude, nessuno resta fermo: il cerchio “gira” intero. Ma attenzione, perché qui la storia è a due strati: il passo è nero e ha un secolo, il formato che lo contiene è una ri-creazione del revival vintage e Lindy Hop, codificata tra la seconda metà del Novecento e i giorni nostri.
Ballarlo significa tenere insieme la leggerezza del gioco collettivo e il rispetto per una memoria che non è solo “anni ruggenti”.
Scheda sintetica#
- Nome proprio #
- Charleston Mixer. Il nome non indica una coreografia storica fissata, ma un formato: un mixer di gruppo (danza sociale a cambio di partner) costruito sul vocabolario del Charleston. Nella scena swing compare anche come Mixer Charleston o semplicemente Charleston, quando il contesto chiarisce il formato.
- Altri nomi e varianti #
- Mixer Charleston, Charleston Circle Mixer, 1920s Charleston Mixer, Lindy Charleston Mixer, Charleston a rotazione; in italiano anche «Mixer alla Charleston».
- Varianti strutturali: versione a cerchio unico, a doppio cerchio concentrico o a file contrapposte (longways); versioni con break solista collettivo, con tandem Charleston, o con cambio delle sole donne o dei soli uomini.
- Non va confuso con il Charleston storico (solo, in coppia o Flat Charleston), con il Solo Charleston, con il Charleston Stroll (sequenza solista chiamata a memoria), né con l’omonimo Charleston Bump.
- Traduzione e significato #
«Charleston con cambio di partner». Charleston viene dal nome della città di Charleston (Carolina del Sud); mixer, letteralmente «mescolatore», è il termine della danza sociale angloamericana per una danza che “mescola” i presenti facendo cambiare partner.
La funzione dichiarata del formato sta tutta qui: nessuno resta senza ballare, nessuna coppia si chiude, la pista gira.
- Area geografica e provenienza #
- Il passo: Stati Uniti, comunità afroamericane e Gullah/Geechee della costa della Carolina del Sud (Charleston), poi Harlem e i teatri di Broadway.
- Il formato mixer: tradizione delle danze di partecipazione angloamericane (party dance, circle mixer, Paul Jones), codificata nella sua forma attuale dalle scene swing e Lindy Hop nordamericane ed europee.
- Italia: il Charleston storico è diffusissimo nelle scuole di swing; il Charleston Mixer circola nei circuiti Lindy Hop e vintage delle grandi città (Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova, Napoli). Nei balfolk compare semmai come intermezzo swing o rompighiaccio, non come repertorio stabile (vedi le discrepanze).
- Epoca e anno di riferimento #
- 1903-1923: il Charleston si forma come danza vernacolare afroamericana (attestazioni già dal 1903; testimonianze di James P. Johnson riferiscono pratiche negli anni Dieci).
- 1923: esplosione nazionale con la canzone The Charleston di James P. Johnson (testo di Cecil Mack) nello spettacolo Runnin’ Wild (Broadway, 29 ottobre 1923); la moda dura fino al 1927 circa.
- Anni 1910-1920: i mixer sono già documentati nelle sale da ballo americane (es. il Paul Jones).
- Seconda metà del Novecento: il formato mixer applicato al Charleston si consolida nelle danze di partecipazione e poi nel revival vintage.
- Anni Settanta-Duemila: codificazione contemporanea nelle scene Lindy Hop / vintage jazz e nei camp di danza (Herräng, Stanford, ecc.).
Anno e autore della coreografia: Non documentati. Le date qui elencate riguardano la storia della danza e del formato, non una datazione certa di “creazione” del Charleston Mixer.
Funzione di social mixer, rompighiaccio e didattica inclusiva. Nelle serate swing apre la festa e permette a ballerini di livelli diversi di ballare insieme senza l’imbarazzo della scelta del partner: è tipicamente il primo grande momento collettivo della serata.
Storicamente eredita la funzione dei Paul Jones e delle altre danze di partecipazione americane: rompere isolamenti e convenzioni, garantire che tutti ballino. Non è legato a riti, calendari o cerimoniali - è ballo di festa, per definizione.
- Storia e origine #
Nessuna fonte attesta un Charleston Mixer coreografato negli anni Venti: la forma che circola oggi è un format di revival, nato dall’unione di due materiali distinti.
- Il materiale coreutico (afroamericano): il Charleston nasce nelle comunità nere del Sud degli Stati Uniti - poliritmia, lavoro dei piedi, uso percussivo del corpo, juba e ring shout - ed esplode a Broadway nel 1923. Dietro la moda bianca delle flapper c’è una danza nera, che verrà poi assorbita nel vocabolario del Lindy Hop.
- La cornice sociale (angloamericana): il mixer è un dispositivo delle party dance statunitensi, documentato dai manuali d’inizio Novecento (il Paul Jones, la Family Waltz): una danza progettata perché tutti cambino partner.
- La sintesi (revival): dagli anni Settanta-Duemila i ricercatori e insegnanti del vintage dance / Lindy Hop (in primo luogo Richard Powers, Stanford) applicano i passi del Charleston alla struttura del mixer, per restituire al ballo la sua dimensione collettiva. Da questa stagione nasce il Charleston Mixer oggi insegnato.
Il doppio livello resta leggibile in sala: la struttura è da festa angloamericana, la grammatica del movimento è afroamericana.
- Note etnocoreologiche #
- Classificazione: mixer / progressive circle mixer, danza sociale di gruppo a coppia mobile, categoria delle party dance. Non è danza di coppia fissa, né danza solista.
- Natura “di seconda generazione”: come le altre danze del revival, non è trasmessa senza interruzioni da una comunità di villaggio, ma ricostruita, codificata e diffusa per via didattica.
- Cinesica: ritmo sincopato con bounce verticale sulle ginocchia, posizione leggermente accovacciata, toes-in / heels-out (swivel), kick, braccia in opposizione agli arti inferiori; posizioni closed, hand-to-hand, side-by-side, tandem.
- Tema dell’appropriazione: documentare il Charleston significa attraversare la storia di una danza nera diventata moda bianca e poi rivendicata dai suoi custodi storici.
- La regola ferrea: quando il tempo chiama, si cambia.
- Divulgatori e gruppi di riferimento #
- Storicamente: James P. Johnson (musica), Elida Webb (coreografia di Broadway per Runnin’ Wild), Ann Pennington e Bee Jackson (divulgazione della moda), Joséphine Baker (Parigi 1925-26).
- Nel revival: Richard Powers (Stanford, principale sistematizzatore dei mixer vintage), Frankie Manning e Norma Miller (ambasciatori della scena swing), i campi Herräng Dance Camp (Svezia) e ILHC negli USA; Roxane Martin per la documentazione dell’authentic jazz.
- In Italia: scuole e collettivi swing / Lindy Hop (Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova, Napoli, Catania) e festival come Summer Jamboree (Senigallia), Swing Crash Festival (Como), Torino Swing Festival, Rome Lindy Festival, Verona Swing Festival.
Non esiste un gruppo di tradizione orale italiana dedicato: il Charleston Mixer è patrimonio della comunità swing, non del repertorio popolare autoctono.
- Formazione e tipologia #
- Formazione: cerchio di coppie (single circle mixer), oppure doppio cerchio concentrico (una fila rivolta verso l’interno, l’altra verso l’esterno), o file contrapposte (longways) in alcune versioni.
- Tipologia: mixer / progressive circle mixer con footwork Charleston; danza di partecipazione di livello principiante (easy-teach, beginner dance party).
- Numero di danzatori: libero, da poche coppie a cerchio illimitato. Non richiede di arrivare in coppia: il mixer “assegna” i partner.
- La composizione dei ruoli è libera; molte versioni si danzano in gran parte da soli, tenendosi per mano solo nei passaggi di partner hold.
- Struttura della danza #
Non esiste una versione canonica: la struttura varia da insegnante a insegnante. Uno schema ricorrente, su frasi di 32 battute:
- Entrata / passo base (8 battute): basic Charleston sul posto o con il partner di turno (touch-step, kick-step, swivel e bounce).
- Figure di coppia (16-24 battute): hand-to-hand con kick, side-by-side, tandem Charleston, piccoli giri, presa a due mani.
- Cambio di partner (8 battute): su chiamata o a fine frase si esegue un progress - tipicamente l’uomo indietro e la donna avanti per 4 passi lenti, o una rotazione del cerchio - fino al partner successivo.
- Ripresa: la sequenza ricomincia con il nuovo partner, per tutta la durata del brano.
Varianti diffuse: break solista collettivo prima del cambio (con passi authentic jazz: Shim Sham, Big Apple, Squat Charleston), finale accelerato quando la musica alza il tempo, versione “mixer (or not)” senza cambio partner per gruppi fragili o anziani.
Avvertenza: le descrizioni qui riportate sono ricostruzioni prudenti delle versioni didattiche circolanti, non la trascrizione di una tradizione antica.
- Metro e struttura musicale #
4/4 (talvolta percepito in 2 o scritto 2/2), con il caratteristico Charleston beat sincopato - cellula “puntata” (dotted rhythm, 3-3-2). Fraseggio tipico a 8 o 16 battute, su chorus AABA di 32 battute degli standard hot jazz.
Tempo molto variabile: 120-160 BPM nelle versioni didattiche, 180-250 BPM in serata. Il tempo frena o accelera anche in funzione del pubblico. Le diverse schede indicano valori diversi: vedi le discrepanze.
- Strumenti e stile musicale #
- Storico: orchestre hot jazz / ragtime degli anni Venti - pianoforte stride, banjo, cornetta, tromba, clarinetto, trombone, tuba o contrabbasso, batteria (con woodblock e il complesso di piatti sovrapposti alla grancassa che si chiama, ancora oggi, charleston).
- Nella didattica dei mixer nordamericani: musica folk-country da square dance (hoedown, jig) e singing call con la voce del caller.
- Oggi: incisioni storiche e neo-swing / hot jazz revival band; nelle scuole italiane anche riduzioni per piccoli ensemble e versioni “lente” per i principianti.
Il brano simbolo resta The Charleston di James P. Johnson (1923); il repertorio abituale comprende Yes Sir, That’s My Baby, Sweet Georgia Brown, Dinah, Crazy Rhythm e i classici di Jelly Roll Morton e Fats Waller.
- Autori e compositori #
- Musica: The Charleston (1923), musica di James P. Johnson, testo di Cecil Mack, dal musical Runnin’ Wild.
- Coreografia del Charleston: di tradizione orale / afroamericana (nessun autore singolo); coreografia di scena di Elida Webb per Runnin’ Wild.
- Coreografia del Charleston Mixer: Non documentata. È un format collettivo, elaborato dalla comunità del revival e trasmesso per via didattica; alcune attribuzioni (Richard Powers e altri insegnanti) sono possibili, ma nessuna paternità singola è rivendicata.
- Aneddoti e curiosità #
- Battesimo italiano burrascoso: nel 1925 la canzone Yes Sir, That’s My Baby - diffusa in Italia come «Lola, cosa impari a scuola» - scatenò una tale frenesia che il Ministero della Guerra vietò agli ufficiali di ballare il Charleston; nel 1927 il prefetto di Chieti lo proibì con un decreto, giudicandolo «contrario allo spirito morale ed estetico della nazione».
- Il solaio che crolla: a Boston nel 1925 si diffuse la voce che un edificio fosse rovinato per le vibrazioni dei ballerini di Charleston (il balcone del Pickwick Club): episodio diventato emblema della fama “pericolosa” del ballo.
- Nessuno dice no: nelle serate swing vige la regola non scritta per cui al mixer non si rifiuta un invito - se hai già ballato con quella persona, si sorride e si passa oltre.
- Il nome sulla batteria: il complesso di piatti sovrapposti alla grancassa che scandisce il ritmo si chiama, ancora oggi, charleston.
- La leggenda ashanti: l’idea che il passo derivi da danze ashanti della Costa d’Oro è leggenda d’epoca non provata: da tenere distinta dalla ricostruzione storica afroamericana.
- Presenza nei media e nella cultura di massa #
Il Charleston è tra le danze più presenti dello spettacolo: da Runnin’ Wild (1923) alle pellicole di Buddy Ebsen ed Eleanor Powell, al musical Chicago (2002), ai film su The Great Gatsby, ai newsreel British Pathé del 1926, ai revival televisivi. In Italia è tornato nei programmi RAI e nelle trasmissioni di Renzo Arbore, contribuendo a fissare l’immagine del Charleston come “danza degli anni ruggenti”.
Il format Mixer, invece, non è un fenomeno mediatico autonomo: vive nei video didattici, nei recap dei festival swing, nelle compilation vintage e nelle rievocazioni storiche - non in prodotti di massa.
- Difficoltà e adattamenti #
Difficoltà bassa / introduttiva: il passo base “assomiglia al movimento naturale del camminare” e il cambio di partner “ricicla” gli errori, rendendo il mixer ideale anche per principianti assoluti.
- Adattamenti didattici diffusi: rallentamento del tempo (consigliati 120-130 BPM per la didattica); partenza in solo per memorizzare il ritmo; conteggio vocalico in italiano («tocco-passo-kick-passo»); semplificazione o eliminazione dei kick e delle torsioni per chi ha problemi alle ginocchia; versione “mixer (or not)” senza cambio partner per gruppi fragili o anziani; versione “Family Charleston” per famiglie e bambini (circa 97 BPM, 32 conteggi); nei balfolk italiano, inserimento come intermezzo swing con cambio semplificato in two-hand turn.
- La difficoltà cresce solo alzando il BPM o inserendo tandem e Savoy kicks.
- Note di ricerca e fonti #
Stato della documentazione. Nessuna delle schede reperite individua una fonte primaria che attesti un Charleston Mixer coreografato negli anni Venti: il titolo esatto non compare nei grandi repertori indicizzati (EFDSS Community Dances Manual, Lloyd Shaw Foundation, Library of Dance, CALLERLAB) né nei manuali di ballo d’epoca. La convergenza è forte, invece, sul fatto che si tratti di un format di revival - un mixer a cambio di partner costruito sul Charleston - codificato tra la seconda metà del Novecento e gli anni Duemila nelle danze di partecipazione e poi nelle scene Lindy Hop / vintage. È la tesi adottata in questa scheda.
Discrepanze riscontrate fra le risposte:
- Metro. 4/4 vs 2/4 vs 2/2 vs “non documentato”. Tutti concordano però sulla sincope e sul ritmo “Charleston” (3-3-2).
- Struttura. 32 battute (maggioranza, spesso AABA) vs 64 vs frasi di 8/16 battute vs schemi a 4 sezioni.
- Tempo. 120-160 BPM (didattica) vs 180-220 vs 160-190 didattica / 200-250 serata vs 120-130 vs 200-240: da leggere come range ampio, non come dato univoco.
- Presenza in Italia. La maggioranza delle schede indica una presenza viva ma confinata ai circuiti swing/Lindy Hop e rara o assente nel balfolk. Qui si tiene la posizione prudente (presenza reale nel ballo folk italiano, ma come intermezzo swing / rompighiaccio, non come repertorio tradizionale stabile), dichiarando la discrepanza.
- Presenza mediatica. Nessuna scheda trova presenza del Mixer in quanto titolo; il Charleston storico è invece onnipresente.
Questa danza compare in 1 DVD:
Coreografia#
Note d’archivio#
Riferimenti e link#
- [1]CHARLESTON MIXER - Archivio Siriano Tondini, videoteca storica di danza (DVD 003)Esecuzione di riferimento della voce: danza di gruppo di provenienza USA registrata nell’Archivio Siriano Tondini. Unica testimonianza video italiana reperibile su questa danza.
- [2]James P. Johnson - The Charleston (1923), registrazione originaleIl brano-tipo del Charleston, colonna sonora storica della danza.
- [3]The Charleston (1926) - The right and wrong way, British PathéDocumento d’epoca con la corretta e la scorretta esecuzione del Charleston: base lessicale del footwork del mixer.
- [4]Partner Charleston for Beginners - Lark Mervine & Nick BuchananTutorial del Charleston in coppia anni ‘20-‘30, con footwork, closed, repeater e tuck-turn usati nel mixer.
- [5]Lindy / Charleston Mixer - esecuzione e didatticaEsecuzione di un Charleston Mixer in contesto di danza sociale, con coreografia adattata per la rotazione dei partner.
- [6]Marshall Stearns & Jean Stearns, Jazz Dance: The Story of American Vernacular Dance, Da Capo Press, 1968.Studio fondativo sulle radici afroamericane del Charleston e delle jazz dance sociali.
- [7]Jacqui Malone, Steppin’ on the Blues: The Visible Rhythms of African American Dance, University of Illinois Press, 1996.Studio etnocoreologico di riferimento sulla matrice afroamericana della danza vernacolare statunitense.
- [8]Mark Knowles, The Wicked Waltz and Other Scandalous Dances: Outrage at Couple Dancing in the 19th and Early 20th Centuries, McFarland, 2009 (Parte IV: The Charleston, pp. 133-182).Ricostruzione storica sulle polemiche morali suscitate dal Charleston.
- [9]Richard Powers - Social Dance at Stanford (syllabi e documentazione dei mixer vintage)Archivio didattico, riferimento principale per la documentazione dei mixer vintage statunitensi, incluso il repertorio Charleston.
- [10]Library of Dance - CharlestonRicostruzione filologica del Charleston ballroom anni Venti con fonti primarie del 1923-1926 (Duryea, Wayburn, Arthur Murray).
- [11]Richard Powers, Nick & Melissa Enge - The Book of Mixers: 100 Easy-Teach Dances for Getting Acquainted (2022)Manuale di riferimento contemporaneo sui mixer di comunità anglo-americani, con la definizione stessa di mixer dance.
- [12]Tracing the Roots of the “Charleston” Dance - Charleston County Public Library, Nic ButlerRicostruzione storica sulle origini afroamericane e Gullah/Geechee del Charleston, Harlem, Broadway e la diffusione negli anni Venti.
- [13]Charleston (dance) - WikipediaPanoramica su storia, origini Gullah Geechee, forme Solo e Partner e sull’evoluzione in Lindy Charleston.
- [14]Mixer dance - WikipediaDefinizione di dance mixer, regola del cambio partner, Paul Jones e Family Waltz come modelli del formato.
- [15]CALLERLAB Dance Resource - Circle MixersDatabase dei circle mixer di partecipazione nordamericani, con le versioni heel-and-toe a 32 battute e le varianti «mixer (or not)».
- [16]Lloyd Shaw Foundation - archivio dei MixersArchivio audio storico dei mixer americani (Oklahoma Mixer, Jiffy Mixer, C.J. Mixer e altri) del repertorio Lloyd Shaw.
- [17]Charleston - Encyclopaedia BritannicaSintesi storica sul Charleston, dalle radici afroamericane del Sud USA alla moda degli anni Venti.
- [18]Adriano Mazzoletti, Il jazz in Italia, EDT, 2004.Storiografia di riferimento sull’arrivo del jazz e della moda del charleston in Italia.
- [19]Library of Congress - An American Ballroom Companion: manuali di ballo digitalizzati (ca. 1490-1920)Manuali di ballo americani digitalizzati: documentano la tradizione dei mixer e delle danze di festa d’epoca.
- [20]Terry Monaghan, Swing! The New American Dance, 1937 (ristampa anastatica).Manuale storico con descrizioni di passi e sequenze di Charleston e gruppi social swing.






