↓ Salta al contenuto principale
  1. Danze /
  2. Dañs Leon

Dañs Leon

Video
#

Esecuzione registrata nel DVD 005a
Cliccando Play accetti l’avvio del player YouTube No-Cookie

La Dañs Leon — «danza del Léon» — è una delle forme più antiche e sorprendenti del repertorio bretone. Non è un cerchio: è un doppio fronte, due file che si guardano, una di uomini e una di donne, ciascuno di fronte al proprio partner senza mai stringerlo in una presa di coppia. Uomini e donne non eseguono gli stessi passi: due grammatiche motorie diverse dentro lo stesso ciclo di otto tempi.

L’abbiamo ricevuta attraverso le raccolte di Jean-Michel Guilcher, che negli anni Cinquanta e Sessanta ha interrogato gli ultimi testimoni di una pratica già spenta. La danza si era interrotta tra il 1925 e il 1930; oggi rivive nei fest-noz, nei cercles e negli stage, grazie a ensemble come Bleuniadur e al lavoro di Dastum.

In Italia non è una tradizione autoctona: la incontriamo in stage specialistici di danze bretoni, più raramente nei balfolk ordinari. È una danza che chiede tempo e attenzione, e che ripaga con una delle esperienze più intense del repertorio bretone: ballare insieme senza toccarsi, ognuno al proprio posto.

Scheda sintetica
#

Nome proprio #
Dañs Leon (in bretone), resa in francese Danse du Léon, Danse de Léon o Dans Leon. Il nome è toponimico: indica la danza del Léon (Bro Leon), regione storica del Finistère settentrionale. Dañs Leon è la grafia accolta dalla letteratura etnocoreologica; Dans Leon, senza tilde, è la forma francesizzata diffusa in partiture, programmi e repertori didattici.
Altri nomi e varianti #
  • Dañs giz Leon («danza alla maniera del Léon»), con specificazione della località che dava il tono: giz Locmélar, giz Sizun, giz Pleyber-Christ.
  • Dañs a-dal (o a-dall) «danza di fronte»; Dañs a-benn «danza di testa», per opposizione alle danze in cerchio.
  • Piler-lann (o Piler Lann) «pestatore di ginestre»: è anche il titolo di una celebre canzone d’accompagnamento e viene usato come nome della danza; il legame resta incerto.
  • Dañs al leur nevez «danza dell’aia nuova», legata a una festa agricola.
  • Dañs an amourousted «danza degli innamorati»: variante in cortège di coppie, minoritaria.
  • Varianti locali documentate: Locmélar, Sizun, Le Tréhou, Pleyber-Christ, Pencran, La Roche-Maurice, Commana, Brasparts e Hanvec.
  • Omonimie da non confondere: la Dañs Kef è imparentata ma non attestata come danza leonarda; la «danza del leone» cinese e la città spagnola di León non hanno alcun rapporto con questa danza.
Traduzione e significato #
«Danza del Léon». Dañs significa «danza» in bretone; Leon è la regione storica a nord dell’Élorn, antica diocesi di Saint-Pol-de-Léon. Il nome serviva ai cornouaillais per distinguerla dalla Dañs Kerne, la danza della Cornovaglia bretone. Piler-lann significa «pestatore di ginestre» (ajonc, Ulex europaeus): rimanda alla triturazione delle fibre per il lettame, ma il legame con la danza non è documentato e va trattato come etichetta tradizionale, non come spiegazione delle origini. Nessun rapporto con il nome proprio Léon né con la città spagnola di León.
Area geografica e provenienza #

Haut-Léon (Pays Chelgen), nel sud del Pays de Léon (Bro Leon), Finistère settentrionale, Bretagna. Il nucleo storico si colloca tra Landerneau e Morlaix, ai piedi dei Monts d’Arrée, nei cantoni di Landerneau, Landivisiau, Ploudiry e Sizun. Le varianti locali sono documentate a Locmélar, Sizun, Le Tréhou, Pleyber-Christ, Pencran, La Roche-Maurice, Commana, Brasparts e Hanvec. A est, il territorio confinava con la Dañs Treger, a sud con la Dañs Kef e le gavotte, a ovest con le gavotte del Bas-Léon e le ronde del Pays Pagan.

Mappa dell'Haut-Léon, nel Finistère settentrionale, in Bretagna

Italia. Nessuna tradizione autoctona: la danza arriva come repertorio di importazione, attraverso stage di danze bretoni, fest-noz e circuiti specialistici. Nei balfolk italiani resta rara; la si incontra più spesso in laboratori tematici che nella serata ordinaria.

Epoca e anno di riferimento #
  • Tradizione orale antica, considerata da Guilcher una delle più arcaiche del Léon; attestata nei secoli XVIII-XIX.
  • Estinzione come pratica viva al più tardi 1925-1930, nelle località vicine all’Alta Cornovaglia (Haute-Cornouaille).
  • Raccolte sul campo di Jean-Michel Guilcher tra anni Quaranta e Sessanta (1945-1960 in alcune fonti, anni Cinquanta-Sessanta in altre); pubblicazione principale 1963, pp. 393-410, preceduta dallo studio La danse ronde en Léon (1952) di Hélène e Jean-Michel Guilcher.
  • Revival dai anni Settanta-Ottanta: cercles, Bleuniadur (1978), Dastum, Kendalc’h.
  • Nessuna data di composizione: repertorio anonimo.
Occasione e funzione sociale #
  • Ciclo agrario e festivo: dañs al leur nevez per la preparazione dell’aia nuova, feste del raccolto, pardon (anche nella loro componente profana), nozze, mercati.
  • Funzione di coesione comunitaria più che di corteggiamento individuale: Guilcher osserva che il danzatore non ha occasione di mettersi in valore presso una singola dama; ognuno «tiene il suo posto».
  • La separazione dei sessi e l’assenza di contatto sono lette come tratto arcaico, talvolta ricondotto all’influenza del clero: spiegazione plausibile, non dimostrata.
  • Oggi: fest-noz, spettacoli di ensemble, stage specialistici; non è danza ordinaria dei bal folk.
Storia e origine #
  • Una delle cinque forme-madri della Bassa Bretagna individuate da Guilcher, con gavotta, en dro, Dañs Treger e dañs tro Plinn.
  • Opposta alla Dañs Kerne; imparentata con la Dañs Treger per il doppio fronte e la differenziazione dei passi.
  • Guilcher ipotizza un possibile prestito dalle longways britanniche per l’intensità degli scambi nel XVII secolo: ipotesi, non certezza.
  • Trasmissione orale interrotta nel primo Novecento; la conoscenza attuale dipende dalle raccolte (Guilcher, Monjarret, Defrance, Leblanc) e dal revival.
  • Cautela critica: la Dañs Kef, suite raccolta negli anni Settanta in case di riposo, è imparentata ma non attestata come danza leonarda; alcune «varianti» circolanti sono ricostruzioni fantastiche dei gruppi folklorici anni Settanta, denunciate da Tud ar Vro Bro Leon.
  • Nessun mito fondativo: da distinguere dalle letture romantiche o celtiche.
Note etnocoreologiche #
  • Doppio fronte: due file parallele, uomini da un lato e donne dall’altro, in vis-à-vis. Non è un cerchio, non è una danza di coppia in presa chiusa.
  • Passi totalmente differenti e progressione indipendente; l’asimmetria sincronica dentro lo stesso ciclo è il tratto distintivo.
  • Uomini: presa per il mignolo o per mano, braccia all’altezza delle spalle con bilanciamento avanti-indietro; avanzano lateralmente verso sinistra nei primi quattro tempi, poi restano sul posto con salti e tallonamenti.
  • Donne: tengono la gonna o le braccia lungo il corpo, oscillazione minima; avanzano frontalmente alternando le direzioni, con appoggio sul destro e tallone sinistro verso il partner, e chiudono con un saluto.
  • Ciclo di 8 tempi in due motivi: progressivo (1-4) e statico (5-8).
  • Carattere arcaico della separazione dei sessi; nessun cambio di partner, la catena avanza come corpo unico.
  • I dettagli variano per variante locale e ricostruzione: vanno sempre riferiti alla mode e alla fonte.
Divulgatori e gruppi di riferimento #
  • Ricercatori: Jean-Michel Guilcher (1914-2017), Hélène Guilcher, Polig Monjarret, Yves Defrance, Yves Leblanc, Michel Cazuguel.
  • Archivi e associazioni: Dastum e Dastum Bro Leon (CD Danses et mélodies du Léon, 2000), Kendalc’h, War ’l Leur, Kenleur, Tud ar Vro Bro Leon.
  • Palco e trasmissione: Ensemble Bleuniadur (Saint-Pol-de-Léon, 1978, label CIOFF), cercles celtiques, sito didattico Lannig.
  • Italia: Cristina Zecchinelli e BellezzaFolk, Biella Trad con il duo Bifòlc (2017), Kelc’h Deuit e Barzh (Torino), Ronan Autret (stage Balburrasca/Clover), Festival Trad Sponde Sonore (Arci), corsi in Lombardia e Sicilia.
  • Non risultano scuole italiane dedicate esclusivamente a questa danza.
Formazione e tipologia #
  • Tipologia: danza collettiva a doppio fronte (double front, dañs a-dal), due file contrapposte, una maschile e una femminile.
  • Formazione: i danzatori sono in vis-à-vis con il partner; gli uomini si tengono per il mignolo o per mano all’interno della propria fila, le donne tengono la gonna o hanno le braccia lungo il corpo.
  • Non è una danza di coppia in presa chiusa, né un cerchio, né una quadriglia.
  • Le coppie possono formare un cortège e, in alcune descrizioni, il corteo può incurvarsi o chiudersi; la forma di riferimento resta il doppio fronte.
  • Tipologia: danza di comunità a separazione dei sessi, affine alla Dañs Treger e alle danses à double front del Trégor e dell’Alta Cornovaglia.
Struttura della danza #

Ciclo di otto tempi, articolato in due semifrasi:

  • Tempi 1-4 (motivo progressivo): gli uomini avanzano lateralmente verso sinistra con quattro passi di marcia (destro che incrocia davanti, appoggio sinistro, destro che incrocia, salto con piedi riuniti); le donne avanzano frontalmente alternando direzione, in appoggio sul piede destro e con il sinistro in tallonamento verso il partner.
  • Tempi 5-8 (motivo statico): gli uomini restano sul posto con surrection, piegamenti, piccoli salti e talonné; le donne eseguono il saluto caratteristico (piccoli passi, lato, saluto, passo, passo, tallone) e chiudono in assemblé o talonné di fronte al partner.
  • Progressione: la catena avanza come corpo unico; non ci sono cambi di partner né figure di intreccio o rotazione. Le sequenze dei tempi 1-8 variano nelle diverse modes locali (Locmélar, Sizun, Le Tréhou, Pleyber-Christ): la struttura in due motivi resta costante, i dettagli dei passi no.
Metro e struttura musicale #
  • Metro binario, per lo più 4/4 (2/4 in alcune trascrizioni); suddivisione del tempo sempre binaria, con poco o nessun monnayage ritmico.
  • Tempo moderato, 100-120 BPM secondo Yves Defrance (1998).
  • Frasi regolari di 8 tempi, con possibile prolungamento di un tempo sull’ottavo (talvolta trascritto erroneamente come quinto tempo); il repos di fine frase non è sistematico.
  • Forma question-réponse del kan ha diskan.
  • La Dañs Kef, imparentata, usa materiale melodico simile a un tempo molto più rapido.
Strumenti e stile musicale #
  • Tradizionalmente esclusivamente vocale: un solista (uomo o donna) alternato al coro, secondo la prassi del kan ha diskan.
  • Poche raccolte prima dell’estinzione: quattro esempi in Guilcher, una trentina di arie raccolte da Polig Monjarret.
  • Nel revival: biniou kozh e biniou braz con bombarde, violino, fisarmonica diatonica, clarinetto, percussioni; il CD Danses et mélodies du Léon (2000) coinvolge sonneurs e cantori.
  • Stile sillabico, senza ornamentazione virtuosistica; andamento sobrio e ipnotico.
Autori e compositori #
  • Nessun autore o compositore documentato: danza e arie sono di tradizione orale, anonime e variabili da villaggio a villaggio.
  • Le trascrizioni di Guilcher, Monjarret e Defrance sono raccolte, non composizioni.
  • Gli arrangiamenti moderni (Sonerien Lanhouarne, Kevrenn de Rennes/Bagad Kadoudal) sono rielaborazioni del repertorio.
  • Piler-lann è il titolo di una canzone tradizionale, non un’autoria.
Aneddoti e curiosità #
  • La presa per il mignolo degli uomini è segnalata come un tratto unico nel repertorio bretone.
  • Il nome Piler-lann ha generato l’equivoco che si pesti davvero l’ajonc danzando; Guilcher avverte che il legame con la danza non è chiaro.
  • La separazione dei sessi è stata letta come effetto della forte pressione clericale nel Léon; spiegazione plausibile, ma non dimostrata.
  • La Dañs Kef fu raccolta negli anni Settanta in case di riposo e attribuita a Landerneau, benché non fosse mai stata danzata da leonardi: un caso esemplare di cautela nelle mappe coreiche.
  • Tud ar Vro Bro Leon denuncia le «fantaisies et créations» dei gruppi folklorici anni Settanta, spesso spacciate per varianti autentiche.
  • Bleuniadur ha reso visibile la danza in costume del Léon nei festival internazionali.
  • Guilcher la descrive come una comunità che può esprimersi solo se ogni danzatore è al posto giusto.
Presenza nei media e nella cultura di massa #
  • Presenza discreta: video didattici, DVD, registrazioni di fest-noz, CD Danses et mélodies du Léon (Dastum, 2000), documentario Suite du Léon (Eskell an Elorn, 1997), DVD Raçine[s] di Bleuniadur.
  • Video di riferimento su YouTube per le modes di Le Tréhou, Pleyber-Christ, Locmélar e Brasparts, oltre a esecuzioni di Korollerien Kraon e Jean Baron & Christian Anneix.
  • L’ensemble Bleuniadur ha partecipato a festival CIOFF in Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Svizzera, Belgio, Austria, Galles, Paraguay, Repubblica Ceca, Polonia, Romania e Stati Uniti.
  • Nessuna presenza significativa nel cinema o nella cultura di massa generalista.
  • In Italia circolano video e materiali didattici di gruppi come Kelc’h Deuit e Barzh e dei corsi di danze bretoni.
Difficoltà e adattamenti #
  • Difficoltà medio-alta per i danzatori contemporanei: due sequenze di passi differenti, doppio fronte senza contatto, dissociazione e sincronia asimmetrica, memoria di otto tempi.
  • Adatta a chi ha già familiarità con gavotte e en dro; non è una prima danza bretone per principianti assoluti.
  • Negli stage italiani viene spesso semplificata nel passo femminile e con presa a mignolo alleggerita; si propongono versioni modo Sizun o «stile Léon».
  • Gli adattamenti in cortège di coppie esistono ma sono minoritari e non vanno confusi con la forma tradizionale.
  • La difficoltà del singolo passo base è bassa; quella complessiva della danza resta medio-alta.
Note di ricerca e fonti #

La scheda incrocia le risposte disponibili e privilegia la trattatistica etnocoreologica, in particolare lo studio di riferimento di Jean-Michel Guilcher.

Fonti principali. Guilcher, La tradition populaire de danse en Basse-Bretagne (1963, pp. 393-410) [6]; Hélène e Jean-Michel Guilcher, La danse ronde en Léon (1952) [7]; Yves Defrance, Musiques traditionnelles de Bretagne (1998) [8]; Jean-Yves Le Goff e Amis du Musée du Léon, Le Léon de A à Z (2010) [9]; schede di Gwalarn [10] e di Lannig per le modes di Pleyber-Christ [11], Locmélar/Brasparts [12] e Le Tréhou [13]; Tud ar Vro Bro Leon [14]; Dastum [15]; Wikipedia FR [16]. Per l’Italia: Balli Folk [17], BellezzaFolk [18], stage con Ronan Autret [19], Biella Trad/Bifòlc [20].

Video e registrazioni. Le modes di Le Tréhou [1] e Brasparts [2], l’esecuzione di riferimento [3], Korollerien Kraon [4] e la registrazione musicale di Jean Baron & Christian Anneix [5]. Per il revival scenico si veda Bleuniadur [21]; per l’inquadramento enciclopedico anche Wikipedia EN [22]; per l’ascolto della melodia la registrazione audio [23] e per il patrimonio coreutico del Léon l’archivio regionale [24].

Discrepanze e cautele.

  • Epoca. L’estinzione è concordemente datata al più tardi 1925-1930. Le indagini di Guilcher sono collocate tra anni Quaranta e Cinquanta da una fonte, 1945-1960 da un’altra, anni Cinquanta-Sessanta da altre: la pubblicazione del 1963 resta il riferimento certo, il periodo esatto delle inchieste varia.
  • Struttura. Il ciclo di 8 tempi è il dato prevalente; una risposta indica 8 o 16 tempi. I dettagli dei passi variano per mode locale (Pleyber-Christ, Locmélar, Sizun, Le Tréhou) e per ricostruzione: non esiste una partitura universale.
  • Difficoltà. Le valutazioni oscillano tra bassa, medio-bassa, media e medio-alta. Nel corpo scegliamo medio-alta, perché la difficoltà nasce dalla dissociazione dei due passi e dalla memoria del ciclo, non dal singolo passo.
  • Italia. Alcune schede la descrivono come presenza entusiasta nel balfolk italiano; altre, più prudenti, la considerano rara o assente nei bal ordinari e presente solo in stage specialistici. La seconda lettura è coerente con le fonti disponibili.
  • Occasione. Una risposta parla di corteggiamento; Guilcher e le fonti più solide insistono invece sulla funzione comunitaria, con una separazione dei sessi che rende impossibile il corteggiamento individuale. Nel testo seguiamo questa lettura.
  • Musica. L’accompagnamento tradizionale è esclusivamente vocale; gli strumenti compaiono nel revival e nelle registrazioni moderne, non nella forma storica.
  • Piler-lann. Il legame tra il nome della canzone, l’operazione agricola e la danza non è documentato: va trattato come etichetta tradizionale.
  • Dañs Kef. È imparentata con la Dañs Leon ma non attestata come danza leonarda; la sua attribuzione al Léon è frutto di classificazioni dei raccoglitori.
  • Omonimie. Da non confondere con il nome proprio Léon, con la città spagnola di León e con la «danza del leone» cinese.

Aree grigie. Non esiste un censimento degli stage italiani che insegnano la Dañs Leon: l’elenco è esemplificativo. Il numero esatto delle arie raccolte prima dell’estinzione e la distinzione tra trasmissione viva e ricostruzioni dei gruppi folklorici restano da verificare caso per caso. La scheda è aperta a contributi di insegnanti, danzatori e musicisti (programmi, appunti, registrazioni).

Questa danza compare in 1 DVD:


Coreografia
#


Note d’archivio
#

nessuna

Riferimenti e link#

Articoli correlati