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Giga Emiliana o Bolognese - Danza dei Balli Staccati dell'Appennino

Video
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Chiamarla giga bolognese o giga emiliana è già un modo di raccontarne la storia: “emiliana” la colloca nell’Appennino, “bolognese” la lega alla provincia che per prima l’ha messa per iscritto. In montagna il nome era più semplice: la giga, in dialetto la Gîga.

È un ballo staccato, bâl stàcc: i piedi lasciano il suolo, la coppia si fronteggia senza mai prendersi davvero e ogni breve motivo musicale chiede una risposta diversa di passi. Ballata nelle vallate del Savena, del Setta, dell’Idice, del Sambro e del Reno, chiudeva la festa con la tresca, il momento in cui la distanza fra i corpi si accorcia e il corteggiamento diventa danza.

La incontriamo per la prima volta sulla carta nel 1894, nelle vecchie danze bolognesi raccolte da Gaspare Ungarelli; l’abbiamo ricevuta dalle voci dei suonatori - Melchiade Benni, Bruno Zanella, Alfonso Dalmastri - e dalle ricerche sul campo di Stefano Cammelli e Placida Staro, che a Monghidoro e in Valle del Savena hanno raccolto quanto restava del repertorio dei balli antichi.

Oggi vive in tre luoghi insieme: nelle registrazioni d’archivio, nei gruppi di riproposta dell’Emilia e negli stage di danza tradizionale italiana, dove continua a insegnare che un ballo di corteggiamento è fatto soprattutto di ascolto reciproco.

Scheda sintetica
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Nome proprio #
Giga emiliana, più spesso Giga bolognese; nei balli di montagna è semplicemente la giga, in dialetto Gîga. Le specificazioni emiliana e bolognese vengono dalla documentazione e dal revival: servono a distinguerla dalla jig irlandese e dalla gigue colta, con cui condivide il nome e l’andamento ternario, non l’identità coreutica.
Altri nomi e varianti #
  • Giga, Gîga: nome d’uso nei balli antichi (bâl antîg, bâl stàcc; in pianura e in città bâll dspécc, dai passi staccati dal suolo).
  • Giga fraråisa / Gîga frarèisa: variante «ferrarese» secondo Ungarelli, attestata fra Sasso Marconi, Vergato e la Valle del Savena; nei repertori didattici compare anche come Lanterna magica (Giga emiliana).
  • Giga muntanæra / Gigån: giga montanara, versione a gruppi di otto, sedici o più ballerini.
  • Nomi di valle e di paese: Giga di Monghidoro, di Vergato, di Porretta, di Loiano, di Castel del Rio (Domenico Raffini), di San Pellegrino (Delso Giannelli), di val Sillaro (Bruno Landi), di Palazzuolo, (Antonio Grifoni).
  • In montagna il repertorio poteva prendere nome dal ballo dominante: Rugîr in Savena e Idice, Bargamasc (Bergamasco) in Sambro, Giga o Trescone in Bisenzio e Reno.
  • Da tenere distinte: la giga a due e la giga a quattro delle Quattro Province (Piacenza, Oltrepò Pavese, Alessandrino, Genovese), Lo Gigo occitano in quadrette, il Gigo piemontese, la jig irlandese e scozzese.
Traduzione e significato #

Dal francese gigue, dall’inglese jig, gigge, jegge, dal germanico geige, «violino», e dal verbo geigan, «muoversi qua e là, agitarsi, vibrare»; l’antico norreno geiga, «dondolare», e geigr, «tremito», completano il quadro. In italiano medievale la giga era anzitutto uno strumento ad arco - attestato nei glossari del XII secolo come tricordium e citato anche da Dante -, così che «suonare la giga» valeva tanto per lo strumento quanto per la musica: ballare la giga significava ballare al suono del violino.

Nel lessico musicale italiano giga è la danza veloce in tempo ternario; nell’areale bolognese il termine prende un valore coreutico più stretto: ballo di coppia, corteggiamento, prova di abilità, riconoscimento sociale. L’etimologia resta discussa, e la glossa «ferrarese» di fraråisa è una lettura locale, non un dato acquisito.

Area geografica e provenienza #
  • Giga di coppia in bassa Val Santerno (Castel del Rio) [32]
  • Giga in quadriglia in alta val Santerno (San Pellegrino e Firenzuola) dove una forma coreografata a quattro coppie si balla per la Festa dell’Aringata [32]
  • Giga di Palazzuolo sul Senio in Romagna
  • Giga di Bruno Landi In val Sillaro [32]
  • Cenni alle vallate dell’Appennino modenese (Lizzano in Belvedere, Gaggio Montano) e parmense. È danza di montagna e di collina, non di città: il nome bolognese le viene dalla letteratura del revival più che dalla tradizione urbana.
Epoca e anno di riferimento #
  • XVI-XVIII secolo: nome e tipo della giga si diffondono in Europa come danza veloce ternaria; prime attestazioni in area anglo-irlandese fra 1589 e 1603, poi la consacrazione di corte e nelle suite barocche.
  • XIX secolo: la forma coreografica si consolida in Appennino; nel 1894 Ungarelli pubblica la prima documentazione scritta, con descrizione e partitura della Giga muntanæra e della Giga fraråisa.
  • Prima metà del Novecento: apice del ballo di paese, con gli ultimi suonatori di mestiere; negli anni Sessanta si chiudono le ultime scuole di ballo cittadine e il repertorio tace.
  • 1975-1983: rilevazione sul campo (Gruppo di Ricerca per la Comunicazione Orale, 1975; Stefano Cammelli e Placida Staro; dal 1982 l’Associazione E bene venga maggio a Monghidoro).
  • Anni Ottanta-Duemila: revival, incisioni, festival, didattica e circuiti balfolk. Anno di composizione: non applicabile, di tradizione orale. La datazione del nucleo coreutico resta ipotetica: c’è chi risale al XV-XVII secolo su base comparativa e chi colloca la variante emiliana fra fine Ottocento e primo Novecento (v. Note di ricerca e fonti).
Occasione e funzione sociale #

Ballo di festa e di veglia, non di tutti i giorni.

  • Occasioni: veglie invernali nelle stalle e nei fienili (i festini, le sòzie), spiazzi estivi, aie e cortili, osterie, feste patronali e sagre, Carnevale, San Martino, fine anno, matrimoni e battesimi, rievocazioni e festival.
  • Funzioni: corteggiamento regolato dai codici del garbo, sfida di agilità e di prestezza corporale, coesione della comunità, misura del prestigio dei suonatori e dei ballerini esperti.
  • Era ballo a richiesta: il richiedente danzava con le dame invitate mentre gli altri guardavano, e le forme più ricche erano riservate agli intenditori, quasi come esibizione.
  • Nella serata si alternava a monferrine, valzer, polke e mazurke: era il pezzo vivo che accendeva la pista, e la tresca ne era la chiusura rituale.
  • Regole della veglia: garbo delle danzatrici, nessun ballo in Quaresima e di venerdì.
Storia e origine #

La giga europea nasce come danza campestre veloce - secondo Curt Sachs - e corale con corifèo, viene poi assorbita nella contraddanza francese del XVII secolo e nella suite strumentale, dove la gigue diventa il movimento conclusivo e slanciato. In Italia non si esaurisce nel Settecento: continua in varianti regionali popolari, e nell’Appennino bolognese sopravvive come danza antica precedente al ballo liscio.

Qui entra nel sistema dei balli staccati - bâl stàcc in montagna, bâll dspécc in pianura -, che si oppongono allo scivolamento dei balli di coppia chiusa (valzer, polka, mazurka) arrivati con le truppe napoleoniche. L’isolamento delle valli ha conservato forme e varianti che altrove si sono dissolte; il secondo Novecento le ha rimesse in silenzio con l’emigrazione, i cambiamenti agricoli e i balli di moda, fino alla raccolta degli ultimi testimoni.

Sulle origini restano due letture. La più accreditata racconta una popolarizzazione: nome e tipo della gigue sarebbero giunti alle campagne emiliane attraverso maestri di ballo itineranti, spartiti popolari e orchestrine di fine Ottocento, poi rielaborati nel gusto locale. L’altra, più antica e affascinante, legge assonanze celtiche - il violino di Melchiade Benni suonato alla maniera irlandese, la Roncastalda vicina a danze delle Shetland, un motivo del Ruggero rintracciato a Dublino - e ipotizza una stratificazione remotissima. Le fonti invitano a considerarla una credenza popolare di continuità etnica, non una prova; ed è mito rovesciato la storia di una giga nata fra l’Idice e il Samoggia e da lì emigrata in Irlanda. Nessun documento collega in linea continua la giga di corte alla giga dell’Appennino: la somiglianza con la jig irlandese resta un confronto tipologico, non una genealogia.

Note etnocoreologiche #

La chiave è il passo staccato: nei bâl stàcc il piede lascia il suolo, con saltelli, rimbalzo sulla pianta e spuntapié maschile, mentre marce, valzer, polke e mazurke scivolano.

  • Danza di coppia aperta, frontale, senza presa continua: la distanza fra i corpi è insieme rispetto e sfida, e il contatto compare solo nelle figure di braccia. Nella disposizione canonica l’uomo tiene la spalla sinistra verso il centro, la donna la destra.
  • Struttura variantiva: ogni motivo musicale, anche di due sole battute, richiama una variante di passo o di figurazione. È il principio dei balli ad aria, in cui la melodia è stabile e non interscambiabile, e spiega perché la stessa aria cambi peso coreutico secondo il suonatore, la valle, la festa e la capacità dei ballerini.
  • Lessico ricorrente: spasso (o spassagg), balletto, tonda, braccia, incontro, tresca.
  • Dinamica di invito ed elusione, spesso su traiettoria ellittica, con gioco di sguardi: il corteggiamento appenninico in forma danzata.
  • Ballo da intenditori e da sfida più che di tutti i presenti; nelle varianti a gruppo la figurazione si allarga a otto, sedici o più ballerini.
  • Varianti di valle: cambiano il numero e l’ordine delle figure, la ricchezza della tonda e il tipo di presa nelle braccia. Meglio parlare di una famiglia di gige che di un’unica coreografia fissata.
Divulgatori e gruppi di riferimento #
  • Ricerca: Gaspare Ungarelli (1894); il Gruppo di Ricerca per la Comunicazione Orale (1975); Stefano Cammelli e Placida “Dina” Staro, che ha raccolto e analizzato i balli saltati della montagna bolognese; Quinto Golin e il Centro Antropologia Storica dell’Appennino (CASA); Roberto Leydi e Febo Guizzi per l’etnomusicologia; Giuseppe Michele Gala per il quadro nazionale. Juan Carlos Battilani in val Santerno e Sillaro, Roberto Bucci in val Senio.
  • Suonatori e portatori: Melchiade Benni (violino, Monghidoro, 1902-1992), Bruno Zanella (chitarra), Annibale Barbieri, Adolfo Campelli, Primo Panzacchi, Alfonso Dalmastri, Carlo Bettini, Domenico Raffini (Castel del Rio) Bruno Landi (San Clemente in val Sillaro), Delso Giannelli e Giovanni Paolini (rispettivamente San Pellegrino e Firenzuola), Carlo Antonio Grifoni (Palazzuolo sul Senio), ballerini informatori i coniugi Ruggeri di Monzuno.
  • Associazioni e archivi: l’Associazione E bene venga maggio e il Centro di Ricerca e Documentazione della Cultura Montanara di Monghidoro, con i Suonatori della Valle del Savena.
  • Gruppi di riproposta: Gruppo Emiliano Musica Popolare con Fausto Carpani, Lanterna Magica, Suonabanda di Modena, Reno Folk Band, Triogrande e Tacagaretta di Imola, Fragole e Tempesta, Orchestra dei Superstiti di val Santerno, Riccardo Tesi per l’organetto.
  • Diffusione internazionale: le notazioni di Roberto Bagnoli negli stage di danza folk (Stockton Folk Dance Camp) e i gruppi della diaspora italiana negli Stati Uniti.
Formazione e tipologia #
Coppia aperta, uomo-donna, fronte a fronte e senza presa; in origine una coppia per volta, ballo a richiesta, oggi anche in cerchio grande di coppie o libera in sala. Tipologia: ballo staccato, ballo antico da veglia e da corteggiamento, talvolta da sfida o esibizione davanti agli astanti. Varianti: la giga muntanæra / Gigån a gruppi di otto, sedici o più persone; a Firenzuola la forma coreografata a quattro coppie. Non è un mixer né una quadriglia, e non va confusa con la giga a due e a quattro delle Quattro Province.
Struttura della danza #

Schema che risulta dalle notazioni coreografiche diffuse negli stage e dalle trascrizioni di campo in Valle del Savena e del Setta.

  • Introduzione: due misure senza azione, attacco spesso in levare.
  • I. Spasso e balletto: quattro passi in avanzamento con virata (l’uomo avanza girando a destra, la donna retrocede girando a sinistra); quattro passi saltati in senso antiorario; quindi il balletto, un leggero calcio verso il basso con ginocchio piegato e rimbalzo sull’altra gamba, due volte.
  • II. Verso il centro e ritorno con giri: quattro passi verso il centro con presa interna, cambio di direzione, quattro passi verso l’esterno; quindi giro completo in senso antiorario a passi saltati e giro della dama sotto l’arco del braccio, con la mano sinistra della donna nella destra dell’uomo.
  • III. Tresca finale: avvicinamento e allontanamento senza contatto su traiettoria ellittica, con inviti e corteggiamento; chiusura in tresca o trescone e giro di braccia a passo normale. Il tutto si ripete con varianti improvvisate dal cavaliere. La tradizione orale attesta versioni più ricche o più sobrie, mentre le notazioni del revival hanno finito per fissare un canone: la struttura va letta come cornice, non come partitura rigida.
Metro e struttura musicale #
  • Metro: 6/8, binario composto contato per lo più in due movimenti per battuta; andamento vivace o molto vivace (in diverse trascrizioni 120-138 bpm sulla croma puntata).
  • Forma: bipartita AABB, con periodi di otto battute e cicli di 32 battute nelle versioni più codificate; anacrusi iniziale e ritmo caratteristico semicroma-croma.
  • Prassi: è il ballo a decidere il tempo, con accelerando e stringendo finali; alcune trascrizioni moderne riportano 12/8 o 2/4 per fisarmonica.
Strumenti e stile musicale #
  • Organico storico: il concertino d’archi della montagna - violino solista, secondo violino o chitarra, viulòn o basso a tre corde -, poi le bandelle con flauto traverso, violino, clarinetto e chitarra.
  • Novecento: organetto diatonico e fisarmonica cromatica, quindi clarinetto, contrabbasso e basso tuba; nel revival la coppia violino-organetto è la più ricercata per un suono fedele alla memoria.
  • Stile violinistico: cavata incisiva e cruda, arco tenuto verso il tallone e suonato vicino alla tastiera, assenza di mentoniera, abbellimenti rapidi, bordoni aperti, accentuazione ritmico-motoria che istruisce i piedi. Il suonatore non accompagna: guida.
  • Piffero e piva appartengono soprattutto al repertorio delle Quattro Province, non all’organico bolognese (v. Note di ricerca e fonti).
Autori e compositori #
Di tradizione orale: autore non documentato, arie anonime patrimonio comune dei suonatori, variate a orecchio di generazione in generazione, alcune riconducibili a ballabili di moda di fine Ottocento giunti senza firma. Le trascrizioni di riferimento si appoggiano ai repertori di Melchiade Benni e Bruno Zanella; fra i moderni, Riccardo Tesi, Alberto Balia e Daniele Craighead con il medley che include Lanterna magica, Lombardina, Giga e Bergamasco, e Carlo Aonzo e Franco Di Biase per la trascrizione mandolinistica.
Aneddoti e curiosità #
  • I suonatori e i ballerini della Valle del Savena erano noti in tutto l’Appennino come ch’i diével ed Munghidor, «quei diavoli di Monghidoro», per la loro perizia.
  • La padronanza dei passi era considerata dote doverosa per le donne; una ballerina goffa o inabile veniva detta ironicamente ginglàza.
  • Si diceva che un buon ballerino dovesse saper ballare sopra un mattone senza uscirne: misura dell’agilità e del controllo dello spazio.
  • Detti di veglia: An végna mai dè!, «che non venga mai giorno», e Dio faga ch’la dura, per allungare la festa fino all’alba; si racconta di porte sbarrate con assi per non vedere il sole.
  • Nella tresca finale l’uomo dà il meglio di sé per conquistare la dama, che retrocede ma si mostra lusingata dalle attenzioni.
  • «Fraråisa» è letta da Ungarelli come ferrarese, ma la registrazione d’archivio della Gîga Frarèisa proviene dalla Valle di Reno: la glossa resta incerta.
  • A Firenzuola la forma coreografata a quattro coppie si balla ogni due anni, in occasione della Festa dell’Aringata.
  • Al Museo della Civiltà contadina dell’Appennino bolognese di Monghidoro la giga è al centro dell’azione di lettura e dimostrazione Suonare e ballare la Giga.
  • La parola giga indicava uno strumento ad arco: ballare la giga era, all’origine, ballare al suono del violino. Che la gigue chiuda molte suite di Bach continua a sorprendere chi arriva alla giga bolognese passando dalla jig irlandese.
  • Giga e Lanterna magica sono la stessa aria con due titoli: i nomi dei brani viaggiano più veloci delle coreografie.
Presenza nei media e nella cultura di massa #
  • Discografia: Suonatori della Valle del Savena, Che non venisse mai giorno! Balli antichi dell’Appennino bolognese (1995), Concerto a Bologna (2002), Al di là delle parole (Nota, 2007); Le vie del Violino (Nota, 2002) e Le vie Armoniche (2003); Suonabanda, Balli staccati della tradizione emiliana (2003); Riccardo Tesi, Il ballo della lepre (1981 e 1993).
  • Audiovisivi: filmati etnomusicologici RAI (Prima della balera, 1977), i DVD Documenti di danza in Valle del Savena (2004) e Ruggeri, Melchiade Benni: un violinista in Val di Savena (2002), i video dei gruppi di riproposta.
  • Archivi e musei: l’Archivio Storia e Memoria di Bologna, che rende ascoltabili le danze pubblicate da Ungarelli nel 1894 - fra queste la Giga della Valle di Savena dal maestro Alfonso Dalmastri e la Gîga Frarèisa della Valle di Reno - il Centro di Ricerca e Documentazione della Cultura Montanara e il Museo della Civiltà contadina di Monghidoro.
  • Oggi: festival e rassegne dell’Appennino, la Notte della Tresca a Imola, laboratori, stage e circuiti balfolk. Resta una presenza di nicchia: nessuna circolazione paragonabile a valzer, polka o tarantella, ma un posto riconosciuto nel repertorio della danza popolare italiana, anche fuori regione e nella diaspora.
Difficoltà e adattamenti #

Difficoltà da media a medio-alta.

  • Serve controllo del tempo ternario, leggerezza nei salti, precisione di appoggio, coordinazione nelle figure di braccia e ascolto micro-fraseologico per seguire la struttura variantiva.
  • Adattamenti didattici: versione camminata del passo per principianti e bambini, due passi di balletto sempre uguali, riduzione del numero di figure, conteggio delle frasi musicali per fissarne la struttura.
  • Nei corsi urbani e nei balfolk la giga viene spesso portata a forma fissa in cerchio grande, con tresca finale opzionale: più accessibile, ma si perdono la sfida di coppia e la variante familiare che ne fanno un ballo da intenditori.
  • Per studiarla conviene partire dal passo saltato lento, ascoltare il suonatore e lasciare che sia la musica a dettare i cambi.
Note di ricerca e fonti #

La scheda nasce dalla fusione di nove ricerche indipendenti, dove le fonti divergono si è scelta la tesi meglio documentata, e la divergenza è dichiarata qui.

Convergenze solide: appartenenza al repertorio dei balli staccati dell’Appennino bolognese [14][16]; epicentro in Valle del Savena e del Setta [1][2][7][10][24][25]; passo staccato e assenza di presa continua [14][19]; funzione di corteggiamento e prova di abilità [11][16]; chiusura in tresca o trescone [1][10][22]; struttura bipartita con spasso e balletto [9][19]; tradizione orale senza autore documentato [3][13]; prima documentazione scritta nell’Ungarelli del 1894 [3][6][14].

Divergenze, cautele e verifiche:

  • Epoca del nucleo coreutico: meta data i balli antichi fra XV e XVII secolo su base comparativa, notebooklm fra XVI e XVII; glm colloca invece la formazione della variante emiliana fra fine Ottocento e primo Novecento, quando arrivano maestri di ballo, spartiti e orchestrine [16] [30]. Nel testo il percorso di popolarizzazione è presentato come ipotesi plausibile, non come fatto acquisito.
  • Ipotesi celtica e mito inverso: le assonanze con il mondo irlandese e scozzese - Benni che suona alla maniera irlandese, la Roncastalda, il motivo del Ruggero rintracciato a Dublino - sono registrate come credenza popolare di continuità etnica [13] [15] [16], non come prova; la tesi opposta, una giga nata fra l’Idice e il Samoggia e da lì diffusa in Irlanda, non ha fondamento storico [16] [19].
  • Metro: il 6/8 è il riferimento condiviso da tutte le ricerche, con 12/8 e 2/4 in alcune trascrizioni moderne [16].
  • Formazione: coppia singola [10] [13] [16] [22]; giga muntanæra / Gigån a gruppi di otto o sedici [14] [21]. Le due letture non si escludono: la versione a gruppo è una variante documentata.
  • Struttura: struttura bipartita rigida, con tonda di sedici battute e balletto organizzato [22]; sequenza spasso-balletto, centro e ritorno, tresca [9] [19]. La scheda presenta la seconda come schema più diffuso nelle notazioni coreografiche e ricorda la prima fra le varianti.
  • Organico: l’assenza dell’organetto diatonico per la complessità armonica del repertorio [16], piffero, piva e organetto [16] [21]. Piffero e piva appartengono soprattutto alle Quattro Province: nell’organico bolognese restano il violino, il secondo violino o la chitarra, il violone, poi fisarmonica e clarinetto.
  • Denominazione: fraråisa è glossata come «ferrarese» da Ungarelli e da chi lo segue [6] [14] [16] [21], mentre la registrazione d’archivio della Gîga Frarèisa proviene dalla Valle di Reno [3]: la glossa resta incerta e non è stata sciolta.

Verifica dei collegamenti: Fra i collegamenti non multimediali rispondono le voci Treccani [16] [17], Wikipedia [13] [14] [15], la scheda Taranta di Gala [11], le due pagine dell’Archivio Storia e Memoria di Bologna [3] [6], Folk Music World [18], i PDF di Stockton Folk Dance Camp [19], di Fragole e Tempesta [21] e di Gala su IRIS Uniss [12], il Museo di Monghidoro [22], E bene venga maggio [23], Blogfoolk [24] [25], Folk Dance Musings [20], Suonabanda [27] e il catalogo Nota [26]; la pagina di ricerca YouTube [31] è conservata come strumento di aggiornamento, non come fonte. Il disco Che non venisse mai giorno! è citato senza link, in attesa di una scheda di catalogo stabile [10].

Fonti principali: Gaspare Ungarelli [6]; Placida Staro [7] [8] [9] [24]; Stefano Cammelli [8]; Giuseppe Michele Gala [11] [12]; Roberto Leydi e Febo Guizzi [28] [29]; l’Archivio Storia e Memoria di Bologna [3]; i Suonatori della Valle del Savena [1] [10]; le sintesi enciclopediche e i dizionari [13] [14] [15] [16] [17].


Coreografia
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Preparazione

Cerchio di coppie fronte centro, presa per mano comoda

Esecuzione

• Parte A 16T (16 battute) Saluto del gruppo avanti e indietro
1. 8T+8T
Tutti avanti con 4 passi, e indietro con 4 passi
si fa due volte
• Parte B 16T (16 battute) dame e cavalieri al centro
1. 8T
Le dame vanno avanti verso il centro con 4 passi e tornano indietro con 4 passi
2. 8T
I cavalieri vanno al centro con 4 passi, si girano alla propria sinistra e ogni cavaliere va verso la propria dama (ex contropartner) con 4 passi
Nell’ultimo tempo si allacciano per fare lo swing

Note d’archivio
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nessuna

Riferimenti e link#

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