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Il Ballo dei Gobbi

Video
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Il Ballo dei Gobbi (in dialetto bolognese al bàl di göb, “il ballo dei gobbi”) è una delle più affascinanti pantomime coreutiche del Carnevale italiano. Nelle veglie invernali e nelle feste di comunità dell’Appennino emiliano-romagnolo, alcuni uomini mascherati da vecchi deformi - una gobba posticcia cucita sotto la giacca, il bastone in mano, il cappello calcato in testa - entrano in scena dondolandosi e barcollando; da un saluto cerimoniale nasce una girandola di smorfie, bastonate simulate e gesti osceni, eseguiti in controtempo rispetto alla musica.

La comunità ride, si specchia nel deforme e, per un giorno, rovescia l’ordine delle cose. L’abbiamo ricevuto attraverso la memoria orale delle famiglie contadine e il paziente lavoro di raccolta sul campo: più che una sequenza di passi, il Ballo dei Gobbi è un piccolo teatro popolare danzato, dove il riso diventa rito.

Scheda sintetica
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Nome proprio #
Ballo dei Gobbi (bàl di göb), danza pantomimica e carnevalesca di tradizione orale. Non identifica una coreografia unica e rigidamente codificata: le ricerche sul campo hanno documentato diverse versioni locali, non sempre sovrapponibili.
Altri nomi e varianti #
  • Bàl di göb / Bal di Göb (dialetto emiliano-romagnolo); Bal di tri gob e Ballo dei Tre Gobbi (Romagna, Polesine, Oltrepò Pavese); Ballo del Gobbo.
  • Ballo dei gobbi con il bastone o con il cappello (in area reggiana anche Ballo del cappello), dalla presenza dell’oggetto scenico centrale della pantomima.
  • Nella variante di Gazzano di Villa Minozzo (RE): “Ballo dei gobbi di Gazzano”, a quattro interpreti più un accompagnatore detto mnûn.
  • In area toscana e centro-italiana ricorrono designazioni come Danza dei gobbi e Tresca dei gobbi.
Traduzione e significato #
“Ballo dei gobbi”: il nome non descrive la condizione fisica dei danzatori, ma la maschera. La gobba è un attributo posticcio e caricaturale. Nella cultura contadina la figura del gobbo ha doppia valenza: da un lato bersaglio di scherno carnevalesco e allegoria del deforme, dall’altro portafortuna e amuleto apotropaico (il diffuso gesto scaramantico di “toccare la gobba”). La deformità scenica diventa così strumento di rovesciamento: per un giorno i brutti e i marginali assumono una posizione dominante e trasgressiva.
Area geografica e provenienza #
  • Appennino emiliano-romagnolo, con epicentro nelle valli dei balli staccati: Savena, Setta, Idice, Sambro e Reno (Monghidoro, Castel di Casio, Riola di Vergato).
  • Variante viva nell’Appennino reggiano (Novellano e Gazzano di Villa Minozzo) e in area modenese (Barigazzo); attestata anche nel Montefeltro e nelle valli settentrionali delle Marche.
  • Documentata in Romagna (Faenza, Forlì, Ravenna; a Civitella e Bagno di Romagna nelle registrazioni di Alan Lomax) e in Toscana (Maremma, Arezzo).
  • Varianti in aree limitrofe - Oltrepò Pavese e Polesine - oggi quasi scomparse.
  • In Italia la danza è patrimonio vivo del repertorio emiliano; resta rara o assente nei circuiti balfolk generalisti, se non in stage specialistici sull’Appennino.
Epoca e anno di riferimento #
  • Di tradizione orale; la struttura documentata è di probabile formazione ottocentesca, su nuclei più antichi di balli pantomimici carnevaleschi.
  • Prima documentazione scritta: Gaspare Ungarelli, “Le vecchie danze italiane ancora in uso nella provincia bolognese” (1894).
  • Registrazione sonora di riferimento: Alan Lomax e Diego Carpitella, 1954-1955 (Civitella e Bagno di Romagna).
  • Prima attestazione scenica locale rivendicata: 1937 a Novellano, poi trasferita nella stalla del prete di Gazzano nell’inverno 1937-38.
Occasione e funzione sociale #
  • Periodo di Carnevale; veglie invernali nelle stalle, festini domestici, feste di comunità e osterie.
  • Funzione di rovesciamento carnevalesco: inversione dell’ordine, licenza erotica e comicità correttiva e catartica.
  • Valenza apotropaica e propiziatoria: la deformità messa in scena esorcizza malattia, vecchiaia e malasorte, augurando abbondanza e fertilità.
  • Rito di inclusione: si fanno ballare con onore figure ai margini, in un rovesciamento simbolico che ancora si celebra.
Storia e origine #

Le origini remote non sono documentate in modo sufficiente per una genealogia certa. Il Ballo dei Gobbi appartiene al grande filone europeo delle danze pantomimiche e parodiche in cui i danzatori imitano categorie sociali ridicolizzate o deformità fisiche, con radici nel teatro popolare, nella Commedia dell’Arte e nei riti d’inversione del Medioevo e della prima età moderna.

È prudente considerarlo un prodotto comunitario di tradizione orale, adattato localmente, e non una creazione con un autore o un mito d’origine dimostrato: le ipotesi che lo collegano a culti agrari o a divinità precristiane della fertilità restano interpretazioni antropologiche, non fatti storici.

Insieme al Ballo del Morto (bàl di Barabén) e alla Vitadoro, rappresenta uno dei balli pantomimici fondamentali del patrimonio emiliano montanaro.

Note etnocoreologiche #
  • Categoria: ballo rituale con inserti pantomimici, appartenente ai “balli staccati” (bâl stàcc) dell’Appennino bolognese; è un “ballo mimato” o “a soggetto”, più vicino al teatro popolare danzato che alla danza sociale.
  • Cinesica: postura curva sostenuta (flessione del busto), andatura claudicante e dondolante, gesti esagerati e caricati; alternanza di fase processionale (o “tonda”) e fase statica di pantomima.
  • Tratto distintivo: i gesti grossolani e allusivi - smorfie, schiaffi, calci nel sedere, bastonate sulla gobba, gesti osceni - sono eseguiti in controtempo rispetto alla pulsazione musicale, creando l’effetto comico e testimoniando la competenza dei danzatori.
  • Performativo: presuppone un pubblico attivo; il contrasto postura/contro-postura e la gestualità autorizzano una trasgressione controllata, tipica del Carnevale.
Divulgatori e gruppi di riferimento #
  • Ricercatori: Antonio Filiberto Fantucci, Gaspare Ungarelli, Francesco Balilla Pratella, Alan Lomax e Diego Carpitella, Roberto Leydi, Stefano Cammelli, Placida Staro, Giuseppe Michele Gala (con Tiziana Miniati), Gualtiero Gori, Thomas Bertuccioli, J.Carlos Battilani valli Santerno e Sillaro.
  • Istituti e associazioni: Associazione “E bene venga maggio” di Monghidoro (attiva dal 1982), Centro di Ricerca e Documentazione della Cultura Montanara (CRDCM), archivio e Associazione Culturale Taranta.
  • Gruppi e custodi: I Suonatori della Valle del Savena (Melchiade Benni, Bruno Zanella, Primo Panzacchi, Primo Menarini), Compagnia dei Gobbi di Gazzano (Villa Minozzo, RE), Gruppo La Galoppa di Castel di Casio, La Vaporiera di Riola, Gruppo Folk Barigazzo (MO), MAC trio e Ochestra dei Superstiti in val Santerno per la specificità del Bal de Capèl.
Formazione e tipologia #
  • Formazione tradizionalmente maschile (un tempo solo uomini o solo donne, oggi anche mista).
  • Norma emiliana classica: tre coppie di danzatori (sei persone), a schiera o in cerchio; il nome “Ballo dei Tre Gobbi” deriva dalla frequenza della formazione ternaria, talvolta ripetuta in più gruppi.
  • Variante reggiana di Gazzano: quattro interpreti maschi in fila più un accompagnatore (mnûn).
  • Tipologia: danza collettiva pantomimica e rappresentativa, non di coppia legata, con momenti in fila indiana (o cerchio) e momenti sul posto.
Struttura della danza #
  1. Tonda / entrata (sezione A, 16 battute): i danzatori ruotano in fila indiana, di norma in senso antiorario, o avanzano curvati dondolando e barcollando; al termine si ricompongono le schiere o il cerchio.
  2. Balletto pantomimico (sezione B, 16 battute): sul posto, i danzatori si fronteggiano ed eseguono una sequenza codificata di gesti in controtempo - saluto/inchino rituale, gamba protesa, ventre a terra e flessioni sulle braccia, sollevamento del bacino, fazzoletto fatto passare tra le gambe, gesto del gomito/ombrello, corna slanciate, lingua rivolta alla schiera opposta - che degenera in schiaffi, calci nel sedere e bastonate simulate.
  3. Gioco del cappello a Gazzano: in cerchio i gobbi si scambiano i cappelli lanciandoli, con l’obbligo di non farli cadere e di tornare ciascuno in possesso del proprio. In val Santerno non vi fu alcuna traccia del ballo dei gobbi in periodo carnascialesco, ma molto ricordato il ballo del cappello, nella variante di Castel de Rio, ovviamente senza tresca.
  4. Chiusura: uscita in fila indiana oppure innesto della Tresca finale (in alcune località la “Tresca dei preti”).
Metro e struttura musicale #
  • Non esiste un metro unico valido per tutte le versioni: le fonti romagnole confrontate da Alberto Giovannini documentano almeno una versione in 2/4 e una in 6/8 per la prima sezione, differenza attribuita a varianti degli esecutori.
  • Prevalenza di tempo binario (2/4) a tempo allegro; forme in 6/8 per influenza della galoppa; ritmo vivace e fortemente accentato.
  • Struttura formale simmetrica (AABB o AB) su periodi di 8 o 16 battute; nella forma bipartita la sezione B fornisce la scansione ritmica e i segnali per i gesti pantomimici.
  • Durata breve e ripetibile (le esecuzioni storiche oscillano intorno a 1-3 minuti).
Strumenti e stile musicale #
  • Organico tradizionale: violino (la violina appenninica) e chitarra d’accompagnamento, documentato a Gazzano; in montagna anche violino e viulòn (violoncello).
  • Bandelle di osteria e formazioni storiche: flauto traverso, clarinetto in do, chitarra, contrabbasso/basso tuba; nel Novecento fisarmonica cromatica e organetto diatonico.
  • Area romagnola: la registrazione di Lomax del 1954 fu eseguita con voce e fisarmonica (Mario Greggi e Francesco Toschi); documentata anche un’esecuzione di Vincenzo Rossi di Strada San Zeno, detto “Cencio” con organetto a due bassi, per la versione dei 3 gobbi, (non 6 come si usa in Emilia).
  • In area appenninica anche piffero (o la coppia piffero-piva). Lo stile è vivace e asciutto, con arcata staccata e accompagnamento ritmico marcato, funzionale alla pantomima e al controtempo.
Autori e compositori #
Di tradizione orale e composizione popolare anonima: non esistono autori documentati, né per la coreografia né per le melodie. Le trascrizioni etnomusicologiche e le incisioni riportano gli esecutori e i suonatori che hanno trasmesso le singole versioni (Melchiade Benni al violino, Primo Panzacchi alla fisarmonica, Bruno Zanella alla chitarra, Ruffillo Casadei, Mario Greggi e Francesco Toschi, Ferruccio Verdi e Lino Alberghi), non gli autori delle musiche.
Aneddoti e curiosità #
  • La buona riuscita del ballo dipende dall’intesa fra suonatore e danzatori: se i gesti estemporanei e i colpi d’arco si rispondevano, in sala scoppiava la “maraveja” (meraviglia) e la risata dell’intera comunità.
  • Nella versione di Gazzano il momento dello scambio dei cappelli è il più delicato; il mnûn (“il monello”, piccolo aiutante) raccoglie i cappelli caduti e sbeffeggia i gobbi, mediando fra danzatori e pubblico.
  • Nella versione di Castel del Rio la sincronia tra musica e scambio dei cappelli è fondamentale ma in crescendo, aumenta la velocità. I gobbi che partecipano all’inizio sono moltissimi. Ma ad ogni tornata chi sbaglia viene eliminato. Alla fine ne restano solo due e il pubblico incalza col battito delle mani finchè uno sbaglia e l’altro dichiarato vincitore.
  • Calci e bastonate sulla gobba non sono violenza, ma gesti apotropaici di fertilità e abbondanza.
  • La figura del gobbo conobbe enorme fortuna iconografica nell’Europa barocca: celebri le acqueforti “Varie Figure di Gobbi” di Jacques Callot (1616).
  • In molte comunità toccare la gobba del ballerino era gesto propiziatorio per la fortuna del nuovo anno agricolo; l’aneddotica ricorda anche fisarmoniche nascoste sotto il letame per proteggerle durante la guerra.
Presenza nei media e nella cultura di massa #
  • Non appartiene alla cultura di massa nazionale: è una pratica di nicchia, viva nei circuiti di riproposta e ricerca.
  • Testimonianze sonore: le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (1954-55), confluite in “Italian Treasury: Emilia-Romagna” (2001); le raccolte di Leydi, Cammelli e Staro (“La tradizione dei balli montanari dell’Appennino Bolognese”); i volumi e CD di Placida Staro per Nota (Udine).
  • Video e documentari contemporanei: Gruppo La Galoppa a Castel di Casio, “E bene venga maggio” a Monghidoro, Gruppo Folk Barigazzo, Gruppo Tsambal, documentazioni del CRDCM.
  • Vetrina nazionale: portato a Expo 2015 a Milano dalla Compagnia di Gazzano; insegnato in laboratori e citato nei repertori didattici (Terradidanza, Suonabanda).
Difficoltà e adattamenti #
  • Difficoltà media (medio-alta sul piano teatrale): i passi sono semplici, ma richiedono coordinazione, controllo del controtempo, espressività e gestione della maschera (gobba, bastone, cappello).
  • Richiede spazio scenico e un accompagnatore; mal si presta ai contesti balfolk standard da pista.
  • Adattamenti contemporanei: nelle versioni di divulgazione si tende a fissare la sequenza dei gesti per renderla insegnabile e ad attenuare le allusioni sessuali e la componente aggressiva; nei laboratori si usano versioni semplificate (senza bastone né calci, con focus sul gioco del cappello) e formazioni miste.
Note di ricerca e fonti #

Discrepanze e varianti riscontrate tra le risposte:

  • Omonimie su tradizioni diverse. Una ricerca descrive il “Ballo dei Gobbi” di Barbagelata (Appennino ligure), danza rituale d’apertura della Festa di San Giovanni (24 giugno), priva di rilevazioni coreologiche accademiche: è una tradizione locale distinta, non la danza emiliana. Un’altra descrive la “Ball of the Hunchbacks”, country dance inglese pubblicata nell’edizione 1698 del “Dancing Master” di Henry Playford: soggetto diverso, qui richiamato solo come omonimia europea sul tema del gobbo.
  • Origine. Alcune fonti propongono radici in culti agrari e riti precristiani di fertilità; altre, più prudenti, leggono il ballo come teatro carnevalesco di tradizione orale. Nel testo principale qui si è scelta la lettura prudente, segnalando le ipotesi rituali come interpretazioni non dimostrate.
  • Formazione e numero dei danzatori. Le fonti oscillano tra tre gobbi in Romagna, tre coppie (sei persone) in val Savena, quattro interpreti più il mnûn (Gazzano) e un intervallo di tre-dieci figuranti (Giovannini); a Gazzano la formazione originaria di quattro è stata poi portata a otto. Sono varianti locali, non errori. In val Santerno il numero è indefinito; tutti i/le partecipanti che hanno un cappello possono inserirsi in ronda.
  • Metro. La documentazione romagnola attesta sia 2/4 sia 6/8; alcune risposte parlano di bipartizione 16+16 battute, altre di metro variabile o non documentato. Si è scelto di presentare il modello come variabile.
  • Datazione. Nessuna data di origine è documentata: la prima attestazione scritta è l’Ungarelli 1894, la prima rivendicazione scenica locale il 1937 a Novellano; non va confusa con la nascita della danza. Fonti principali: studi e raccolte di Ungarelli, Cammelli, Staro, Gala & Gori, più le registrazioni sul campo di Lomax-Carpitella.

Questa danza compare in 1 DVD:


Coreografia
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Note d’archivio
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nessuna

Riferimenti e link#

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